Don Claudio e Kayrós, un dono dello Spirito

Concludo la trilogia di persone belle che si incontrano nel libro “Ero un bullo” da chi è stato (ed è ancora) una presenza importante, forse il primo adulto credibile che ha toccato nel profondo la coscienza di Daniel, permettendogli di “fidarsi”: don Claudio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano.

Fin da subito, leggendo “la vera storia di Daniel Zaccaro”, mi sono tornate alla mente le opere di misericordia corporali, tra cui c’è pure “visitare i carcerati”.
Che non è prerogativa di un sacerdote (ci sono molte altre persone, come Fiorella, che fanno questa esperienza); ma chi è chiamato ad essere cappellano in un carcere deve avere “una vocazione nella vocazione”.
Credo di non sbagliarmi a dire che un po’ bisogna esserci portati…

Non dev’essere facile rapportarsi con ragazzi pieni di rabbia, che hanno commesso reati e portare una parola di conforto e vicinanza… figuriamoci a parlare di Fede e di Dio!

Ho conosciuto Don Claudio attraverso il racconto della storia di Daniel, ma poi ho cercato e ascoltato altre sue interviste. Il suo essere prete, guida e padre per questi ragazzi è qualcosa di speciale. 
E sicuramente ha trovato il modo giusto per coinvolgerli in maniera intelligente e costruttiva: avvicinarsi parlando la loro lingua, essere una presenza disponibile e mai invasiva, rispettare e mai giudicare, saper aspettare il “momento opportuno” per accompagnare al cambiamento.

Kayrós, la comunità educante

E proprio con Kayrós (che significa “momento opportuno”) don Claudio ha fondato nel 2000 una comunità dove i ragazzi reclusi possono vivere un tempo di rieducazione in una struttura dove il carcere è senza sbarre, il cancello sempre aperto e all’ingresso campeggia il motto di questa comunità: “non esistono ragazzi cattivi”.
Se si considera che “cattivo” deriva da una parola che letteralmente significa “messo in gabbia” (dall’apparenza, da esempi sbagliati…), risulta semplice comprendere la filosofia di questa bella comunità.

Nel libro Andrea racconta di diversi trasferimenti di Daniel in altre comunità, molto simili fra loro:
“educatori – regole”, “non puoi questo… non puoi quello…”.

Kayrós è diversa; le regole ci sono per chi è in regime carcerario, ma don Claudio le presenta in modo differente: semplicemente invitando i ragazzi a mettersi davanti alle proprie responsabilità.

Se mi permettete un parallelismo (forse un po’ forzato) le altre comunità assomigliano ai 10 comandamenti: dopo i primi tre ce ne sono sette che sono cose che non si possono fare.
A Kayrós, invece, don Claudio applica i due comandamenti dell’amore di Gesù: amare Dio e amare il prossimo.

Credo che la concezione di don Claudio sia bella e particolare. 
Orientata a ciò che è positivo e inclusivo, più che a ciò che è negativo e punitivo.

Mi piace pensare che la sua missione sia guidata dallo Spirito Santo. In fin dei conti, lui ha scelto di vivere la sua vita per Cristo, facendo di sé un dono agli altri, a chi è “ingabbiato” e ha bisogno di ritrovare la libertà. Quella bella, che viene da Dio.
Io ci credo.


(l’immagine di copertina è di Isabella De Maddalena)

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