Sapere e non sapere

Riprendo una vecchia riflessione di qualche anno fa su questi due concetti. Intersecando due parole nascono quattro pensieri che possono dar vita ad altrettante parole.
Sono sicura di aver già letto qualcosa in merito in uno o più libri. Ma oggi ti voglio lasciare i miei pensieri.

Sapere di sapere

È la condizione bella e positiva del nostro “bagaglio personale”. Costruito in seno alla famiglia, poi con la scuola, gli amici, le nostre passioni e i nostri interessi. È il nostro “io sono”. Tutto quello che siamo è frutto del sapere immagazzinato negli anni, ed è in continua evoluzione. Il nostro “essere”, che ci permette di dare testimonianza con la nostra vita di idee, fede, convinzioni per metterle al servizio degli altri.

Sapere di non sapere

Un’altra condizione a cui tutti dovremmo prestare attenzione: la “consapevolezza” che c’è sempre qualcosa a noi sconosciuto; è il terreno della nostra “ignoranza”, cioè delle cose che ignoriamo perché non è materia di nostra competenza o nessuno ancora ce lo ha spiegato. Se però vogliamo allargare l’orizzonte della nostra conoscenza, restringeremo un po’ il terreno dell’ignoranza. In questa condizione c’è spazio per la sperimentazione.

Non sapere di sapere

Questo è lo spazio della genialità, dell’intuito, dell’inconscio. Lo spazio forse anche dei sentimenti. Come nel nostro corpo abbiamo muscoli governati dal cervello (le mani per scrivere o per aprire una porta, le gambe per camminare), così abbiamo un muscolo che non ha bisogno di alcun impulso razionale. Si chiama cuore.

Non sapere di non sapere

Delle quattro intersezioni è – a mio avviso – la condizione più negativa. Chi sono quelli che non sanno di non sapere? Sono quelli che parlano a vanvera, quelli che commentano qualcosa senza conoscere bene la materia. Io, nel dubbio, mi astengo.


Spero di aver dato alcuni spunti di riflessione su questi due atteggiamenti e sulle loro intersezioni.

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