Un mese con il Covid asintomatico

3 ottobre. Dopo colazione si presenta il medico di turno. Sta sulla porta e come prima domanda ci chiede se siamo arrabbiate.
La mia compagna di stanza ovviamente sì.
Io non ne vedo il motivo.
Alla fine sto già peggio di lei, ho comunque bisogno ancora di cure e dall’esame del muco nasale hanno rilevato tracce di questo maledetto virus. È solo questione di tempo per gli asintomatici perché se ne vada. Ma nessuno sa dire quanto.

Il medico mi prescrive il cortisone per aiutarmi a togliere più in fretta l’ossigeno. E guarda caso, è una delle soluzioni che aiutano i malati di Covid.

Dobbiamo trasferirci al reparto infettivi, e il protocollo prevede che sia noi che le nostre cose ci dobbiamo spostare con particolari precauzioni: mascherina (ma quella già la usavamo), copriscarpe, camice sopra i vestiti e la valigia in doppio sacco.
Parto prima io insieme a Emiliana (quella che era a Novara insieme a me), positiva asintomatica pure lei.

Così finiamo nella stessa stanza, mentre la signora che era con me fino ad ora sale più tardi.

Benvenuti sulla Luna

Il reparto di pneumologia nel giro di qualche giorno arriva a riempirsi con pazienti tutti positivi al Covid, più o meno gravi.
Questa clinica è il punto di riferimento per tutti gli ospedali della zona dove vengono ricoverati i pazienti che – usciti dalle terapie intensive – hanno bisogno di riabilitazione respiratoria. Uno dei problemi più gravi che rimangono per chi il Covid lo subisce pesantemente.

Ma ora il focolaio è interno alla struttura, per alcuni giorni – come leggerò su Internet – la clinica non accetta più pazienti esterni.
Io invece ci sono dentro.

Le regole sono più feree: non si esce dalla camera se non per recarsi nella piccola palestra a fare solo la mezz’ora di cyclette, e la mascherina va tenuta giorno e notte. Mi ci abituo, e pian piano prendo il ritmo di questo nuovo reparto.

Il personale fa turni da 6 ore e tutti sono bardati da cima a fondo con tute bianche, mascherine visiera guanti e sacchi copriscarpe. Ognuno con il pennarello scrive sulla tuta il suo nome e il suo ruolo:
IP, infermiere professionale,
OSS, operatore socio sanitario;
i medici hanno il cognome scritto e li riconosci perché al collo portano lo strumento per ascoltare il respiro.

Pare davvero di essere sulla Luna… e invece siamo ben ancorati sulla Terra!
Il cortisone fa effetto e con il passare dei giorni, nel giro di una settimana l’ossigeno inizia a darmi fastidio: non ne ho più bisogno.

Il protocollo Covid a ottobre 2020 prevede due possibilità: decidere di uscire dalla clinica da positivi, ma bisognerà stare in casa isolati per 14 giorni e poi ripetere il tampone, oppure aspettare di avere 2 tamponi consecutivi negativi.

Il quinto tampone mi viene fatto il 12 ottobre. Ancora positivo.
Ho un crollo psicologico. Ci può stare, dopo tutto quello che ho passato?
Credo di sì.

Mi riprendo in fretta e nelle settimane successive ne faccio altri 3,
sempre di lunedì.
Sempre positivi.

Ormai non ho più bisogno di riabilitazione e di tanto in tanto leggo o scrivo.

Durante la mia permanenza in clinica, libera dall’ossigeno, mi torna la voglia di scrivere. Lascio un post su Facebook e lo mando anche alla caposala del reparto dove sono ricoverata:

Cuore e… Covid
A un mese dall’intervento al cuore va tutto bene, a parte quel virus che è entrato nel mio organismo non so come e quando. E la cosa più strana è che ci sto convivendo senza sintomi.
Bene, ma sono contagiosa. E non so quanto.
Dopo quindici giorni abbondanti non so se se n’è andato questo ospite indesiderato. Ne saprò di più la prossima settimana, con i tamponi previsti.

Qualcuno mi ha detto che è probabile che diventi negativa, visto che è parecchio tempo che sono positiva, ma non è mica vero. Non si può parlare di probabilità con una malattia che si conosce molto poco.
In questi quindici giorni trascorsi nel reparto Covid, dove tutti siamo infetti, ho apprezzato (e a loro va tutta la mia stima) il lavoro del personale: medici, infermieri, oss, fisioterapisti e personale delle pulizie. Tutti avvolti da tute bianche, sacchi sui piedi, guanti e visiere che poco lasciano alla traspirazione.
E a noi in fondo cosa è richiesto? Di tenere una mascherina, chirurgica, da tenere su bocca e naso. Lavare spesso le mani, e stare in camera, riducendo al minimo il contatto con gli altri pazienti.
Ormai la mascherina è diventata quasi parte del mio volto: la uso giorno e notte (sono comunque in camera con un’altra signora) e penso che anche a casa continuerò a usarla.
Sorrido, nella foto, sotto la mascherina. Si intravede dagli occhi.
So che non è detto che possa tornare negativa, ma oggi il mio pensiero va proprio a tutto il personale che è qui e ci cura.

E – se servisse – rinnovo l’invito a chi sta leggendo queste mie parole, ad usarla la mascherina. È lo strumento più semplice e pratico per ridurre la possibilità di contagio.
Buon weekend a tutti gli amici, ma soprattutto a chi ha scelto il mestiere di medico e infermiere: siete persone davvero preziose.”

All’ottavo tampone del 26 ottobre – ancora positivo – decido per l’isolamento a casa.
Ho sempre rispettato le regole ma lì dentro penso che il virus sia nell’aria.
Forse a casa se ne andrà più in fretta.

Dopo 15 giorni il Covid mi lascia e finalmente posso pensare solo alla convalescenza per riprendermi dall’operazione. Il cuore non è più affaticato, è tornato alle sue dimensioni normali.
Al controllo cardiologico a tre mesi dall’operazione posso finalmente togliere il Coumadin e sospendere i prelievi periodici di sangue.


E con questo articolo si conclude anche questo racconto a puntate.
Denso di ricordi di un tempo che non sono riuscita a raccontare in presa diretta.
Almeno ora ci sono.
Grazie, caro lettore, se hai avuto la pazienza di leggermi!


Foto di copertina di Karolina Grabowska da Pexels

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