Riabilitazione, Covid… Pensa positivo!

La riabilitazione

Arrivo alla sede distaccata della Fondazione Maugeri di Pavia. Si trova non molto distante da dove abito io. A Veruno.
Fatti i primi esami e l’accettazione per il ricovero, vengo sistemata in una camera a due letti nel reparto di riabilitazione respiratoria per pazienti che hanno subito un intervento al cuore.

La struttura è a L: due corridoi dove ci sono le camere e in fondo, dalla parte opposta a dove ho la camera io c’è la palestra.
Viene ricoverata insieme a me una signora, ha qualche anno più di me, che proviene da un’altra clinica di Novara. Già respira bene.

Uno dei primi incontri è con il fisioterapista responsabile della palestra, che ci fissa in fondo al letto una fettuccia molto lunga e ci spiega i movimenti corretti per chi – come me – ha lo sterno rotto: movimenti simmetrici, e per alzarci dal letto afferrare quella fettuccia con tutte e due le braccia, per non far lavorare i muscoli del petto.

Il programma di riabilitazione prevede mezz’ora al mattino di esercizi di respirazione e mezz’ora al pomeriggio di cyclette.
Il resto della giornata è libero. Ma anche qui non sono consentite visite. Solo la consegna del cambio due volte la settimana.

La prima settimana passa tranquilla, anche se l’ossigeno serve ancora.
Chissà quando riuscirò a toglierlo?

Mi sono fatta portare un piccolo quadernino e due libri: “La libreria delle storie sospese” di Cristina Di Canio e “Il diario della Crescita” di Raffaele Gaito. Ma non ho ancora molta voglia di leggere.

Ogni tanto guardo i social e scopro un incontro di presentazione del “Diario” alla Jepis Bottega, con Raffaele, Giuseppe e Vincenzo. E chi se lo perde questo terzetto? Riesco a seguire un po’ al cellulare la diretta: sentire persone amiche mi rasserena.

Covid? Pensa positivo!

Sono una persona piuttosto riservata, che non ama tanto le chiacchiere di corridoio.
A quanto pare – però – c’è forse un caso Covid in reparto. O forse più di uno.
Ancora a fine settembre 2020 non si parlava di variante inglese, ma era già lì.

Dopo aver chiuso il bar, il 2 ottobre viene fatto il tampone a tutti i pazienti del reparto e al personale. Per me è il quarto. Sono piuttosto tranquilla: sintomi da Covid non ne ho, febbre nemmeno. Rassicuro anche la mia compagna di stanza, che sta meglio di me.
Alle 19 si presenta il medico, sta sulla porta e ci comunica la brutta notizia: siamo positive al Covid, come altri 12 pazienti del nostro reparto.
Dobbiamo trasferirci in pneumologia, dove ci sono solo pazienti positivi al Covid. Qualcuno viene trasferito subito. Noi il mattino dopo.

Questa non ci voleva, però cerco di mantenere la calma, e non sono nemmeno amareggiata. Come al solito, penso positivo… come direbbe Jovanotti: “perchè son vivo!”

Trascorro la notte cercando di non pensarci. In fondo – a parte i postumi dell’operazione – non sto male.
La mia compagna di stanza invece è arrabbiata e ha una fifa matta del Covid. Un po’ la capisco, però abbiamo due atteggiamenti diametralmente opposti.

Per ora mi fermo qui. Poi ti dico come è andata con il Covid.


Foto di Donald Tong da Pexels

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