Un cuore nuovo

Torno in reparto il 18 settembre, venerdì. In una camera che ha 4 letti con tutte le apparecchiature per il monitoraggio dei parametri e il tavolo degli infermieri e dottori. 
I letti sono tutti pieni: pazienti che – come me – hanno avuto più o meno lo stesso decorso operatorio.

Alla prima medicazione scopro di avere 3 tubi grossi come un dito che fuoriescono dal ventre: i drenaggi. Me li toglieranno prima del trasferimento nella clinica di riabilitazione. E un grosso cerotto che copre tutta la parte centrale del petto.
Per arrivare al cuore hanno dovuto aprirmi al centro e spaccare lo sterno.
Tempo di rinsaldamento: 12 settimane.
Dentro.
Fuori, il tessuto muscolare ci metterà molto di più a normalizzarsi.
Ancora ora – a distanza di un anno – fare certi sforzi fa male, e la ferita – seppur bella – crea tensione.
Tutto nella norma. 
Non è stata certo una passeggiata l’intervento, e l’ho scoperto col tempo.

Don Michele e i miei

Arriva la domenica. Sono ancora un po’ a terra… Come promesso arriva don Michele con la Comunione. Ho appena la forza di recitare insieme un Padre Nostro e ricevere l’Eucaristia.  Mi torna la voglia (e un po’ di forza) di riprendere le mie cose, il cellulare per comunicare a casa che sono viva ed è andato tutto bene.
Dopo i primi messaggi su Whatsapp con i miei fratelli, c’è da rassicurare la mamma.
Chiamo nel pomeriggio.
L’ossigeno mi aiuta e riesco a spiaccicare qualche parola. 
A casa già tutti sanno come è andata, ma sentirmi è un’altra cosa.
Non ho ancora voglia di Social, non è il momento. Però sono tornata… sono viva!

I dottori, gli infermieri ed Emiliana

Passo meno di una settimana fra esami, esercizi e ascolto i passaggi di consegne fra gli infermieri che cambiano turno. Ogni giorno va meglio, anche se ho sempre bisogno dell’ossigeno.
Fra gli altri pazienti c’è la signora Emiliana: età di mia mamma, operata come me a due valvole il giorno prima, è fresca come una rosa.
Respira bene e viene dimessa per la clinica di riabilitazione il giorno prima di me. Ricordatevi di lei, tornerò in un altro episodio a parlarvi delle nostre vicende.

Io invece ho fatto poca riabilitazione, e quasi nulla di camminate nel corridoio.
Teresa, la fisioterapista, mi accompagna per un breve tratto il giorno prima della dimissione. Ma ho un esame da fare e devo sospendere la “passeggiata”.
Nel pomeriggio mi tolgono i drenaggi e un filino blu che usciva dal cuore. Mi spiegano che è una sorta di pace maker di emergenza, nel caso che il cuore non funzioni bene. Se non serve, prima della dimissione lo sfilano.
Faccio un terzo tampone. Negativo pure quello.

La mattina successiva – raccolte le mie cose – l’infermiera mi accompagna al bagno: c’è solo da attraversare il corridoio e vicino al lavandino ci sono le sedie. Per la prima volta sto per un po’ (5 minuti di orologio) senza ossigeno. Tempo di lavare la faccia e tornare in camera.
Che fatica! Sono stremata.
Mi stendo a letto e mi viene una crisi epilettica, delle mie, che se non le racconto, nessuno se ne accorge.
Me lo aspettavo: il cervello è andato in deficit di ossigeno, ho un gran mal di testa, che passa con la colazione.

Vengo dimessa insieme ad un altro paziente per la clinica di riabilitazione. I medici non ritengono che io abbia bisogno di ossigeno. 
In ambulanza parlo poco, e non mi sembra di averne bisogno.

Finalmente arriviamo alla clinica.
Atto secondo della mia esperienza ospedaliera.

Fatti i primi esami, rilevano una saturazione a 88. Ho bisogno di ossigeno.
E la schiena – anche se va meglio – fa male. Il versamento pleurico non è risolto.

Per oggi mi fermo. Poi ti racconto come è andata lì.


Foto di copertina di Designecologist da Pexels

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