17 settembre. Il giorno dell’intervento

Finalmente è arrivato il giorno dell’intervento. Di buon mattino un’infermiera mi accompagna a fare una doccia (l’ultima decente prima di tornare a casa) e salgo sul lettino che mi porterà in sala operatoria. Contrariamente alla prassi, mi vengono date le pastiglie per l’epilessia. Il chirurgo aveva messo in conto qualche complicazione al risveglio, ma ci tornerò più avanti.
Una punturina di calmante e scendo nei sotterranei, dove mi accoglie il team di infermieri e aiutanti per prepararmi all’operazione.
Verrò poi a sapere, dalla lettera di dimissioni, che l’intervento è iniziato alle 9.45 e si è concluso – positivamente – alle 15.45, quando vengo trasferita in terapia intensiva.

Il risveglio e la crisi

Alle 21.00 vengo estubata e subito mi prende una crisi epilettica. Dicono i medici che ho avvisato che mi stava per venire; io non ricordo, ma ricordo bene di aver sbattuto per un po’ le spalle, come se qualcuno mi stesse scuotendo per risvegliarmi. Invece era il mio corpo che faceva da solo.
Con una buona dose di morfina tutto si calma. Il chirurgo lo aveva previsto, non tanto per l’anestesia, quanto per la circolazione extracorporea che avevano dovuto mettere in piedi per poter riparare il mio cuoricino malato.

Pizza, gelato, l’Anac e Andrea Franzoso?

Mentre trascorre il tempo in un luogo che non ho visto, mi sembra di stare nella cantina sotterranea degli zii, quando d’estate andavo ad aiutare a cucir tomaie. Invece è la terapia intensiva dell’ospedale. Sono ancora preda dei postumi dell’anestesia, e sogno: il lavoro mi perseguita pure dopo l’operazione.
Vedo il nuovo sito dell’Anac (il sito che si occupa dell’anticorruzione, dove vado a chiedere i CIG per gli acquisti al lavoro) e c’è una nutrita sezione dedicata ad Andrea Franzoso, il ragazzo che ha scritto il #Disobbediente: libri, articoli, interviste…
Davvero bello… peccato: è solo un sogno!

Sento anche delle voci, ma questa volta sono vere: forse gli infermieri di turno che organizzano per mangiarsi una pizza, o uscire insieme a prendere il gelato.
“Che tortura!” – ho pensato – “Insomma: noi stiamo a digiuno e stiamo pure male e voi parlate di pizza e gelato?”.
Vabbè, ma è pure giusto così, loro sono lì a fare il loro lavoro – curarci – ma è anche giusto che parlino della vita che va avanti fuori dall’ospedale.

Fisioterapia… intensiva

Passa il tempo; dev’essere mattino; sono un po’ più sveglia…
Mi si avvicina un ragazzo (non ricordo il nome, ma abbiate pazienza, sono appena uscita da un intervento!): fisioterapista pure lui.
Imparo altri esercizi di respirazione.
Provo.
Un normale respiro – credetemi – dopo un’operazione al cuore non riesce subito. E capisci a cosa servono gli esercizi per la riabilitazione del sistema respiratorio.
Se poi hai un versamento pleurico, ti si smorza quasi subito.
Già: ho pure rimediato quello.
Per ora male non ne ho. Ma la morfina stava facendo ancora effetto.

Grazie al Covid tutti sappiamo cos’è un saturimetro e la saturazione nel sangue. Credo di averla avuta un po’ tanto bassa. Infatti ho il nasello con l’ossigeno per aiutarmi a respirare.
Qualche ora dopo – prima di mezzogiorno – esco dalla terapia intensiva e vengo portata in reparto nella camera di sub-intensiva.

Poi vi racconto come è andata lì.

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