Silva: testa, mani e… Cuore

Inizio oggi un nuovo racconto “a puntate” che ha il suo vero inizio qualche anno fa (per non dire da una vita!), e che ha avuto il suo epilogo – fortunatamente positivo – lo scorso anno.

Mani e testa
Devo fare una doverosa premessa: se sto scrivendo con le mie mani è colpa anche della mia testa, e lo spunto – manco a dirlo – me lo ha dato il caro Vincenzo, sociologo, narratore e pure un po’ fifone (leggetevi questo suo post se lo avete perso). Vincenzo è un amico, so che posso pure un po’ prenderlo in giro…

Cuore
È lui – il mio, quello di carne – che ci accompagnerà da oggi e per le prossime settimane attraverso i miei racconti “di corsia”.
Già. Perché giusto un anno fa – a fine agosto – venivo a sapere che avrei dovuto subire un’operazione al cuore, per sistemare la valvola mitralica.

Perché raccontare un fatto personale?
Prima di tutto, non c’è nulla da nascondere, delle mie vicende “sanitarie” ne ho già parlato in altri post;
poi, un anno fa, non ero proprio nelle condizioni di stare a scrivere una storia, così lo faccio ora;
e poi magari chi leggerà questi miei racconti potrà trovare la forza per affrontare situazioni simili alla mia.

Ma andiamo con ordine.
Io sono malata di epilessia da 30 anni, una forma lieve che non mi impedisce di fare una vita normale.
Però – un po’ per i farmaci e un po’ per genetica – il cuore va un po’ tenuto sotto controllo. Così – dal 2017 – due volte all’anno mi faccio un’ecocardiografia: un esame non invasivo che serve a misurare i parametri del cuore e il funzionamento delle valvole.

Insufficienza
Non è solo quella che puoi trovare a scuola pagella se prendi un brutto voto.
Questo è il termine medico per indicare che una valvola comincia a non essere più efficente, non funziona bene.
Già nella visita di gennaio 2020 (quando ancora il Covid non era esploso), la mia cardiologa stava iniziando a parlare di un possibile intervento, dicendomi che “se si interviene nei tempi giusti, il cuore torna a posto”. Nulla più.
Al controllo di luglio la dottoressa che era di turno e che mi ha fatto l’esame aveva prospettato un ulteriore controllo, un po’ più invasivo: lo stesso esame, ma fatto con una sonda da mandar giù per l’esofago.

Non proprio simpatico, ma ho fatto anche quello. A metà agosto.
La mia cardiologa lo ha visto e ha deciso che era ora di intervenire.

Ben venga la scienza e i controlli (d’altronde sono 30 anni che vado dentro e fuori per ospedali), ma non ci voleva certo un luminare per capire che si avvicinava il momento di mettersi sotto i ferri.
La qualità della vita peggiorava giorno dopo giorno: fatica a far le scale, fatica a sollevare le borse della spesa. Stavo spezzettando la normale routine in tanti piccoli frammenti più sostenibili.
Ma – nel complesso – la vita si stava complicando e non poco.

La decisione per l’operazione era l’ancora di salvezza per tornare ad una vita normale.
Non ho mai avuto paura. Piuttosto fiducia e speranza.

Così mi sono messa in attesa che qualcuno dalla cardiochirurgia dell’ospedale di Novara mi chiamasse.



[Foto di copertina di Karolina Grabowska da Pexels]

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