Pagina 71: nome e cognome

Eccoci alla pagina che volevo raccontare.
Pagina 71 del libro “#Disobbediente! Essere onesti è la vera rivoluzione”.

A dire il vero – se stai leggendo il racconto che mi ha portato fino a qui – questo esperimento di narrazione è diventato ben più ampio del racconto di una pagina di un libro, e continuerà ancora un pochino.

Ma andiamo con ordine.
Ci eravamo lasciati (a pagina 61) con il dialogo fra il maggiore e Andrea alla caserma dei carabinieri, e con le mie riflessioni sulla denuncia.
Poco più avanti, nella pagina 71, siamo ancora in quella caserma.
Andrea ha avuto una notte di tempo per riflettere, anche se lui, la sua decisione, l’aveva già presa.

Ti invito ad ascoltare la mia lettura di quella pagina:

Pagina 71: quella firma ero io

In quella firma c’ero io, tutto intero;
quella firma ero io.

Ecco il punto centrale del libro e della storia di Andrea, quella che dà senso e significato a tutto il resto: all’Andrea delle scuole medie,
al giovane capitano dei Carabinieri,
al gesuita
e all’impiegato.
E poi ancora ad Andrea:
testimone di onestà,
punto di riferimento per molti lavoratori,
autore di libri
ed esempio per molti, moltissimi ragazzi.

Nome e cognome

“Andrea Franzoso”, ma potrebbe pure essere “Silva Maria Giromini” o “Mario Rossi”.
Ognuno di noi ha un’identità racchiusa in quelle due (a volte tre, se come me si hanno due nomi) parole.
Il nostro nome e cognome non lo scegliamo noi, ma dicono da dove veniamo e chi siamo.
E chissà quante volte, nella vita, ci capita di dover usare quelle due parole per sottoscrivere un documento:
mettendo il nostro nome e cognome identifichiamo – senza ombra di dubbio – che ciò che vi è scritto ci riguarda, ci appartiene.

Tornate un momento con me in quella caserma, in quel 10 febbraio 2015: la narrazione di Andrea alla pagina 71 è chiara e semplice. Pare di vederlo, in quell’ufficio angusto, seduto di fronte al maggiore e a un tenente che trascrive la sua deposizione.
Andrea racconta i gravi fatti scoperti in azienda, consegna la relazione che dettaglia spese e rimborsi indebitamente richiesti, fa nomi e cognomi: altri, quelli dei responsabili, e – come ultimo atto – sull’esposto stampato ci mette il suo, aiutato – così scrive – da una semplice bic, ignara co-protagonista di un momento che ha segnato la storia, quella personale di un giovane lavoratore onesto e quella di una vicenda di corruzione che non rende certo onore alla nostra bella Italia.

Quella firma: un gesto semplice ma potente

Sottoscrivendo l’esposto Andrea ha scelto la via più rischiosa per il suo lavoro: non essendoci – all’epoca dei fatti – tutele per i lavoratori che segnalavano illeciti nel luogo di lavoro, prima Andrea è stato demansionato e poi ha dovuto accettare la risoluzione del contratto, perdendo – di fatto – il suo impiego.
Ma agendo in modo anonimo o confidenziale, per scelta, etica e carattere Andrea avrebbe avuto problemi con quella cosa che abbiamo tutti noi umani che si chiama “coscienza”.
Avrebbe potuto sì preservare il lavoro, ma sarebbe dovuto tornare in ufficio con quel segreto che gli sarebbe pesato come un macigno.
Invece la sua scelta lo ha reso un uomo libero. Consapevole – certo – delle conseguenze di quel gesto, ma comunque con un peso in meno sul cuore.

Altri nomi

Credo che per spiegare meglio la scelta di Andrea sia utile ascoltare direttamente da lui un altro passo del libro, ma prima di farlo, ti faccio vedere questa foto:
è la dedica del libro.

La dedica nel libro

Ogni buon libro ne ha una.
Forse Andrea, sapendo che questo testo era stato da lui concepito per i ragazzi, ha pensato al piccolo Riccardo, il nipotino che qualche settimana più tardi dell’uscita del libro sarebbe nato, da sua sorella.
Una sorta di eredità per il suo futuro.

E proprio il dialogo con Sara – sorella di Andrea – ci aiuta a capire la sua ferma decisione.


Io sono

Mentre mettevo giù questi pensieri, mi è tornata alla mente questa espressione, presente nella Sacra Scrittura. Esodo, se non ricordo male.
Dio si presenta a Mosè – da un roveto ardente – identificandosi proprio con questa espressione: “Io sono”.
Dire “io sono” è un segno identificativo forte, quasi pari a nome e cognome.
Se preferisci, inverti le due parole: “sono io”.
Quante volte ti sarà capitato di dirlo ad amici e parenti?
Pensaci… non è forse anche questo un modo per affermare la nostra esistenza?


Se ti stai chiedendo perché “ho scomodato” addirittura Dio, lascia che ti dica che la fede per me – e anche per Andrea – è importante. Il “#Disobbediente” l’ho pure usato con i miei ragazzi a catechismo. Nel prossimo articolo ti racconterò come la vita di Andrea mi sia servita anche in quel contesto.

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