Maestro – Allievo

Questo credo che sia uno dei capitoli che più mi piace; infatti sono molte le frasi che ho segnato e che mi fanno riflettere sul mio essere allieva e maestra, in ufficio e nella comunità.

Più dai autonomia ai tuoi allievi, più rendi autonome le loro creazioni e più ha senso il tuo essere maestro.
(Vincenzo)

Mi vengono in mente tanti episodi vissuti al lavoro e anche con le persone che capita di aiutare o ai miei ragazzi di catechismo. È l’approccio con cui ti poni nello spiegare e nel “fare assieme” le cose che fa la differenza. Certo, è più faticoso e lungo da realizzare rispetto al risolvere un problema in autonomia, ma è di certo migliore come strada per insegnare a cavarsela da soli. Quando su un programma per il lavoro c’è una funzione nuova, sono la prima a studiarla, a trovarne i punti di forza e di debolezza… poi, per trasmettere le informazioni essenziali, creo guide semplici passo per passo, in modo che tutti le possano comprendere. Ci impiego molto tempo, ma qualcuno apprezza il mio lavoro, e questo mi basta.

Una delle cose più belle che mi può capitare alla fine di un incontro sono le persone che mi dicono che ho lasciato loro degli stimoli, delle ispirazioni.
(Jepis)

Se sono qui a fare questo lavoro di riflessione intorno alle vostre chiacchiere è perché ho ricevuto parecchi stimoli per rivedere la mia vita con i vostri occhi.
È un esercizio che sto facendo da un po’.
Non sono una grande lettrice, compro libri “non a caso”, quelli delle persone che mi interessano e che possono darmi qualcosa.

Alla voce “Maestro” la prima parola che mi viene in mente è “preoccupazione”.
(Jepis)

Pure a me. Ma con un senso un po’ diverso da quello raccontato da Jepis. Stiamo nell’ambito del catechismo: mi piace talmente tanto, o se preferite è tanta la passione che ci metto, che mi preoccupo per i miei ragazzi. Mi preoccupo che gli sia assicurato l’insegnamento della fede, della buona crescita e convivenza.
Io figli non ne ho, ho solo tre nipoti, ormai grandi. 
I ragazzi del catechismo non sono miei ma mi sono affidati nella comunità dalle famiglie. 
Quest’anno, con i problemi di salute che ho avuto, ho messo avanti la mia salute, ma – paradossalmente – gli impedimenti del Covid mi hanno permesso di svolgere gli incontri, ora che sto meglio, con la modalità della Dad. Non è la stessa cosa che fare un incontro in presenza, ma i ragazzi sono più disciplinati e attenti.

Aspettativa. Quando sei maestro qual è la tua aspettativa più importante nei confronti dell’allievo, e come funziona quando invece sei allievo.
(Vincenzo)

Che bello poter ragionare anche intorno alla parola “aspettativa”. Da maestra, come catechista, ho imparato nel corso degli anni che non bisogna per forza aspettarsi che tutti gli incontri siano perfetti, con i ragazzi che ascoltano e io che riesco a spiegare senza urlare. Non mi rammarico se al termine di un incontro mi sembra che sia stato poco proficuo. Bisogna seminare… i frutti si vedranno col tempo. Anche dopo che il percorso di catechismo è terminato.
Per la mia “aspettativa da allievo” prendo a prestito un’altra frase di Vincenzo: “L’essere maestro è una cosa molto diversa dal fare il maestro”
Catechisti non si nasce, lo si diventa con il tempo e la formazione continua, che si arricchisce nel corso degli anni. Proprio la figura del catechista, in quanto educatore, richiede prima di tutto di “essere” prima del “fare”. Mi piace sempre dire che io non insegno, ma do l’esempio. 
E per accrescere, da allievo, nella conoscenza (in questo caso della fede) mi aspetto di trovare persone, guide che ne sanno più di me e da cui posso imparare… 

Mi piace il maestro che ha sempre voglia di trovare nuovi allievi ai quali trasmettere il suo sapere.
(Jepis)

Mi ricollego al ragionamento precedente, aggiungendo un altro elemento da cui ormai non possiamo prescindere: il mutamento veloce e inesorabile del mondo. 
Ho già accennato alla mia passione per il servizio nella mia comunità e per la trasmissione del mio sapere. Il percorso di “iniziazione cristiana” (il catechismo classico) è un percorso che – almeno qui da noi – dura cinque anni. Si prendono i ragazzi di seconda elementare e li si accompagna fino alla prima media.
Mi piace questo ciclo che mi fa avanzare in esperienza, ma anche con la consapevolezza di sapere che grazie anche a me, un gruppo di ragazzi si forma e cresce per un piccolo tratto di vita. Non conto più da quanti anni faccio questo servizio nella comunità, ma una cosa è sicura: devo continuamente mettermi in gioco e trovare nuove forme per coinvolgere i ragazzi e mantenerli interessati a un argomento bimillenario come la fede cristiana.
Sono entrati nelle attività quei contenuti multimediali che la tecnologia oggi ci offre per rendere più incisivo il messaggio che si vuole trasmettere. Siamo nell’era dell’uomo che ha meno attenzione del pesciolino rosso, bisogna pur inventarsi qualcosa di nuovo, e certe volte non è proprio facile!


(la foto di copertina è presa dalle attività di Vincenzo e Jepis nella Bottega a #Cip)

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