Un padre, un figlio e il libro di una vita

Torna la mia rubrica delle interviste dal basso, questa volta con due ospiti davvero grandi, di statura fisica e morale.
Chi mi segue sa che ad agosto mi sono presa il tempo per leggere un libro che già dal titolo è tutto un programma: “Il lavoro ben fatto – cos’è, come si fa e perché può cambiare il mondo”. Scritto da Luca e Vincenzo Moretti.
Ho seguito un po’ Vincenzo, sono finita sul suo blog, invece Luca sta un po’ nell’ombra; ma ho chiesto a tutti e due di poter fare una delle mie interviste.

Ecco cosa ne è venuto fuori.

Ho conosciuto “Il lavoro ben fatto” per caso, grazie all’intervista che  Raffaele Gaito ha fatto a Vincenzo. Ma il libro è scritto con Luca, suo figlio.
Per chi non vi conosce, vi potete presentare?

V.: Sono nato nel 1955 da Pasquale, muratore e operaio elettrico, e Fiorentina, bracciante agricola e casalinga. Sono founder (fondatore, ndr) di #lavorobenfatto.
Desidero quello che ho e continuo ad avere voglia di cambiare il mondo.
Penso che questo basta. Se vuoi saperne di più basta che ti fai un giro qui:
https://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/about/01309d

L : Sono Luca, nella vita di lavoro faccio il libraio, ho molte passioni tra cui i fumetti, il cinema e la musica, si può dire che i fili conduttori che le legano più o meno tutte siano la fantasia e la capacità di guardare al di là dello schermo che chiamiamo realtà.

Io il vostro libro l’ho letto, e mi è pure piaciuto tanto. Volete raccontare ai miei lettori cos’è il lavoro ben fatto?

L : Il lavoro ben fatto è un modo di pensare e rapportarsi con la vita, molto semplicemente ci si sveglia la mattina pensando che tutto quello che faremo andrà fatto bene, dai piccoli gesti quotidiani alle grandi imprese. I motivi sono molto semplici: per fare male qualcosa dovrai comunque impiegare del tempo, a quel punto è meglio farla bene. La soddisfazione di fare bene le cose ti permette di essere una persona più realizzata, avrai migliori rapporti con gli altri e con te stesso. Fare bene le cose conviene, sempre.

V.: Il lavoro ben fatto è quando ti svegli la mattina e fai bene quello che devi fare, qualunque cosa tu debba fare.

Il libro è scritto a 4 mani (o due teste): un padre e un figlio. Quanto è importante la famiglia e come è stato scrivere insieme questo testo?

L : La famiglia è fondamentale per tutta una serie di ragioni, è la prima fonte di insegnamento. È il primo micro cosmo sociale in cui impariamo a tessere rapporti con altre persone. Se si è fortunati, come nel mio caso, è composta da persone che ti supporteranno nelle scelte della vita, a prescindere da quali siano. Questo è il secondo libro che scrivo insieme a mio padre, il primo è stato Enakapata nel 2008, è sempre una bella sensazione, ci si confronta, a volte si litiga, ma comunque il risultato finale è sempre un’opera in equilibrio tra i nostri caratteri, molto diversi,  e le nostre sensibilità. 

V.: La famiglia è il campo base, mio padre avrebbe detto “la principale”, funziona un po’ come i muri maestri di Wittgenstein, quelli che reggono l’intera casa. 

Nel libro sono citate spesso le “botteghe”. Qui da me la bottega è il piccolo negozio di paese dove ci trovi gli alimentari, o la merceria, o di tutto un po’. Nel vostro  lessico cos’è la bottega?

L : La bottega rappresenta il modo con cui si fanno le cose, in maniera artigianale, con amore, non importa che tu sia un falegname o un programmatore, che tu abbia a che fare con atomi o bit il concetto rimane lo stesso.

V.: La bottega per me è il luogo dove tenere assieme, nel processo del Fare è Pensare, proprio così, con l’accento, la testa (le cose che sappiamo), le mani (le cose che sappiamo fare) e il cuore (la passione, la dedizione e l’impegno che mettiamo in quello che facciamo).

Nel libro leggo che il lavoro ben fatto ha delle leggi. Curioso che siete partiti dalla legge numero 0. Perché?

V.: È un omaggio alle leggi della robotica di Isaac Asimov, ci sono le tre leggi e poi c’è la legge numero zero.

C’è anche il Manifesto del lavoro ben fatto. 52 punti, uno più bello dell’altro. Mi spieghi come è nato e perché ce n’è bisogno?

V.: Ti rispondo con una citazione dal Libro, le ultime righe di pagina 95: “quando a Dicembre 2016 decido di scrivere il Manifesto del Lavoro Ben Fatto mi scelgo come riferimento The Cluetrain Manifesto .
Sento il bisogno di andare oltre le leggi del lavoro ben fatto, intendo definire un vero e proprio background condiviso per la comunità che si allargando sempre di più.
Devo dire che ancora una volta l’intuizione si rivelerà giusta, ma per adesso è meglio concentrarsi sul Manifesto, 52 articoli che dopo averci pensato il necessario e anche di più ho deciso di riportare qui per intero. Il Manifesto è parte fondamentale di questa narrazione, non potevo confinarlo in una nota o in un link.”

C’è anche un invito per le persone a firmarlo, ma sembra che pochi abbiano aderito. Cosa significa firmare il vostro Manifesto?

V.: Il Manifesto ha avuto fin qui molte centinaia di firme, oltre 700 credo. Il punto è che a leggerlo sono state quasi 27 mila persone. È qui che c’è uno spazio troppo ampio, lo spazio tra chi lo ha letto e chi lo ha firmato, anche considerando le centinaia di riproduzioni sui blog, le tante persone che lo hanno stampato e appiccicato al muro. A me tutto questo suggerisce tante cose, te ne dico una: al di là delle tante chiacchiere sulla rete come strumento di partecipazione anche solo l’invio di una mail crea un blocco, determina una defezione. Il passaggio dal like alla lettura è come salire una scala, quello dalla lettura alla firma – attraverso l’invio di una mail – è coma scalare una montagna. Naturalmente ci può essere anche un mio difetto di comunicazione sull’importanza di firmare e di metterci la faccia, non lo escludo, però non mi sembra l’aspetto determinante.

Il logo del lavoro ben fatto: mi spiegate il suo significato?

L : Quando abbiamo pensato il logo cercavamo qualcosa che racchiudesse le tre iniziali di Lavoro Ben Fatto in una forma stilizzata, ci ho lavorato su con l’aiuto di Sara Lubrano, un’orafa di straordinario talento, e alla fine è uscita questa forma quadrata che racchiude le tre lettere e che ricorda il kanji giapponese di giorno/sole, una coincidenza che ci piace molto.

Ultima domanda, che chiude le mie interviste. Vorrei una risposta singola da entrambi. Se doveste dare una definizione di voi oggi, come vi definireste?

L : Non ho una definizione precisa, credo che avesse ragione Pirandello, siamo tutti “Uno, Nessuno e Centomila”.

V.: Un vecchio scugnizzo di Secondigliano. Uno scugnizzo fortunato, perché ha incontrato un mare di belle persone e ha imparato un mare di cose. E sia chiaro che fin quando sto da queste parti non ho nessuna intenzione di fermarmi. Quando non incontrerò bella gente e non imparerò sarò morto. 


Caro lettore, cosa te ne pare di questa intervista?
Io ci ho trovato molti spunti di riflessione che tornerò a riprendere, perché il lavoro ben fatto è una cosa troppo bella, e alcune risposte di Luca meritano di essere riprese e approfondite.

Con Vincenzo ormai c’è uno scambio reciproco che può solo arricchire chi lo legge.

Ringrazio di cuore i miei ospiti di oggi. Hanno donato a me e a te, che stai leggendo, tempo e parole preziose.

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